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Progetti - 23 maggio 2018

Anglicismi sì o no?

Le discussioni sulla lingua sono e saranno sempre infinite.
D’altronde le lingue sono sempre in continuo divenire. Nelle ultime settimane un paio di notizie si sono fatte spazio in questi dibattiti, in qualche modo incrociandosi, nonostante la distanza.

In Inghilterra una ricerca dell’Oxford University Press ha constatato come il vocabolario dei ragazzi delle medie sia povero di termini. Delle vere e proprie lacune che gli alunni si portano avanti dalle elementari, e che diventano un problema preoccupante dalle superiori in poi. Da qui in poi il loro scarno vocabolario risulta essere insufficiente per proseguire negli studi.

In Italia, invece, l’Accademia della Crusca, nella figura del “Gruppo Incipit” ha strigliato il Ministero dell’Istruzione in merito all’utilizzo di parole straniere in testi e documenti ufficiali. La divisione dell’Accademia, dove si monitorano i “neologismi e forestierismi incipienti”, ha fortemente criticato l’utilizzo eccessivo e superfluo di parole inglesi in documenti divulgati a livello nazionale dal MIUR. Un esempio è il “Sillabo programmatico” pubblicato qualche settimana fa.

Termini come design thinking e team-building non sono andati giù all’Accademia della Crusca.

E in effetti oggi anche il mondo del lavoro, soprattutto quello digital, è inondato da questi anglicismi. D’altra parte, in una nazione come la nostra che, anche quest’anno, è tra i fanalini di coda europei per il livello di inglese, forse l’utilizzo di parole straniere non sarebbe poi così da disprezzare.

Probabilmente la verità sta nel mezzo: preservare la natura di una lingua è fondamentale, senza chiudere le porte al progresso, tanto della nostra lingua quanto della nostra cultura.

 

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