Un anno di scuola in pandemia: un bilancio

MONDO SCUOLA - 03 febbraio 2021

A quasi un mese dall’inaspettata riapertura delle scuole italiane, proviamo a fare un bilancio di quest’ultimo anno con la didattica e distanza. Una realtà che ha coinvolto poco meno di tre milioni e mezzo di studenti e insegnanti.

 

 

Diamo voce all’esperienza di docenti e alunni: i dati IPSOS

 

Secondo un’indagine della IPSOS, condotta tra i ragazzi dai 14 ai 18 anni, emerge una realtà allarmante che vede molti giovani delle scuole superiori proiettati verso l’abbandono della scuola, alla ricerca di una prima occupazione. Si tratta senza dubbio di una conseguenza della crisi finanziaria, che ha visto molte famiglie perdere stabilità economica. Un dato che preoccupa in primo luogo per lo stato di emergenza sociale ma anche perché diventa terreno fertile per lo sfruttamento del lavoro minorile, dal momento che la maggior parte dei giovani, poiché inesperti, non riescono a entrare in un circuito professionale regolare, adattandosi alle prime occupazioni che trovano. Pensare che circa 34mila studenti non riusciranno a diplomarsi scoraggia e preoccupa allo stesso tempo, soprattutto se si considera il futuro incerto che li attende. Secondo i dati dell’indagine, quasi il 30% dei ragazzi intervistati ha dichiarato che almeno un compagno di classe non ha frequentato le lezioni e il 7% ritiene che almeno 3 o 4 compagni si sono allontanati durante il lockdown.

 

Dalle interviste di questi giovani, emerge la maturazione di uno spirito critico atipico, una visione realistica della situazione attuale che stupisce e fa riflettere anche gli adulti. Circa il 35%, infatti, è convinto di aver acquisito una preparazione scolastica inappropriata, ritenendo di dover recuperare più materie. Molti di questi ragazzi, quasi il 40%, considera l’esperienza della didattica a distanza negativa, a causa delle difficoltà a concentrarsi molte ore davanti al pc e per i problemi di connessione che inevitabilmente hanno riscontrato alunni e docenti.

 

Un altro problema, secondo l’indagine, ha riguardato le dotazioni tecnologiche non sempre disponibili, basti considerare che quasi il 20% ha dichiarato di utilizzare un dispositivo condiviso con altri membri della famiglia e il 18%, ha dovuto seguire le lezioni in una stanza con altri soggetti. Si tratta di difficoltà comuni agli alunni e agli insegnanti, problemi tecnici che sembravano ingigantirsi di fronte a uno stato psicologico di debolezza e incertezza sul futuro. E proprio alla domanda posta agli studenti riguardo all’anno passato, il 46% ritiene che sia stato un anno sprecato, perché obbligati a vivere in un mondo irreale quanto instabile come quello virtuale.

 

Sembra quasi strano, a noi adulti, credere che tali parole escano dalla bocca di adolescenti sempre legati allo smartphone e ai social. Per questo il dato sopra riportato, per quanto negativo, sembra donare una speranza alle generazioni future. Una nuova presa di coscienza che la realtà non è virtuale ma si basa su rapporti "dal vivo", fatti di incontri, dialogo e perché no, anche scontri costruttivi. Partendo da queste considerazioni, circa l’85% ritiene di aver compreso l’importanza di uscire con i propri amici per relazionarsi in presenza.

 

 

L’interruzione della scuola in presenza e le implicazioni relazionali

 

Sebbene il fenomeno della DAD abbia coinvolto tutti gli studenti, dalla primaria fino ai corsi di specializzazione post-universitaria, è indubbio che ad aver subito maggiormente le conseguenze siano stati gli adolescenti. Si tratta, infatti, di un’età difficile nella quale si intreccia la voglia di interagire con il mondo esterno a una personalità ancora in formazione, che ha bisogno di conferme ed esperienze, che passano spesso attraverso le relazioni sentimentali. La mancanza di occasioni nella sfera sentimentale ha acuito lo stato di disagio, causando ansia, paura, preoccupazione per il futuro e la convinzione che questa situazione sia causa diretta dell’incapacità degli adulti a gestire lo stato di emergenza.

 

Circa il 65% degli intervistati, infatti, ritiene che non siano stati presi provvedimenti idonei e più del 40% considera scorretto che gli adulti possano andare al lavoro mentre loro sono costretti a restare a casa senza scuola. Analizzando le opinioni di questi giovani, ci si rende finalmente conto dei primi danni socio-culturali della pandemia, del malessere psicologico che stanno vivendo e delle conseguenze negative sulla visione che hanno del futuro. Il 26%, infatti, è convinto che nulla tornerà mai come prima e che anche dopo il vaccino vi sarà la tendenza ad avere relazioni virtuali e non più di persona.

 

Eppure, nonostante la criticità dei dati, emerge una volontà generale di riprendere le redini della propria vita e chi si riteneva stanco della routine che viveva, sembra aver preso coscienza del proprio ruolo nella società, come genitore, alunno e docente. Molti insegnanti hanno toccato con mano la realtà familiare di alcuni alunni entrando nelle loro case, anche se solo con un tablet o un pc, acquisendo dati importanti sui quali lavorare. Sono nati per questo numerosi progetti, finanziati direttamente dall’UE, che mirano a sostenere i giovani da un punto di vista educativo e materiale, soprattutto per coloro che vivono in contesti fragili e insicuri.

 

 

Il gap delle relazioni sociali in presenza

 

Navigando sul Web, si trovano davvero tante lettere di insegnanti che hanno vissuto un vero e proprio black out scolastico dopo anni di insegnamento. Un periodo di prova estrema che le ha viste costrette a sostituire le aule della classe, la cattedra, la lavagna e i corridoi della scuola con una sedia e una scrivania, che sebbene comode, in nulla potevano somigliare alla scuola reale. In questo modo, il Web è diventato il grido di milioni di docenti che hanno fatto un bilancio di quest’ultimo anno paragonandolo agli anni precedenti. Ed è emersa la sofferenza per tanti progetti mancati, idee svanite nel nulla, momenti di crescita bloccati sul nascere, PTOF svaniti e tante energie spese per recuperare il possibile davanti ad un pc.

 

Eppure non si è trattato di un anno perso, se si considera la scuola come un grosso contenitore di esperienze, emozioni, conoscenze e attitudini, ma di un anno scolastico che potremmo definire amputato. Questo significa che è venuto a mancare violentemente qualcosa, una parte importante è stata strappata senza previsione, ma non tutto è perso. La scuola è ancora in piedi anche se ferita, sanguinante e zoppicante. I docenti sono pronti a ricominciare nonostante le difficoltà e hanno di fronte una platea di giovani studenti impauriti e disorientati ma con il desiderio di uscire fuori da questo incubo. La scuola è pronta a ripartire per sentire ancora una volta la campanella che suona, i ragazzi che parlano animatamente, il gesso, la lavagna, i bagni sempre occupati e anche le scritte sui muri, che daranno un senso di sicurezza e normalità mai avvertiti prima.

 

Ecco, come un corpo dolorante lentamente prende nuovo vigore, così la scuola ritornerà a camminare a passo svelto grazie all’aiuto di un corpo docenti compatto e amante del suo lavoro. E dell’anno che è passato? Il bilancio di quest’ultimo anno è senza dubbio negativo perché ha visto la nobile arte dell’insegnamento svilita di fronte ad un pc, con tanti volti di ragazzi assonati, spesso spettinati, vestiti solo con la felpa e ancora il pigiama, distratti da smartphone e dalla routine di casa che continuava inesorabile. Un anno che non dimenticheremo, che resterà fisso nella memoria come l’anno della DAD, delle lezioni asincrone, dei video approfondimenti, dei Power Point da preparare e degli incontri scuola-famiglia online. Una realtà che è diventata nostra sebbene non ce ne siamo mai abituati, un’esperienza che vorremmo dimenticare anche se ha portato comunque i suoi frutti, mantenendo su un filo il rapporto tra gli studenti e tra studenti e i docenti, conservandoli fino ad oggi.

 

Il bilancio che facciamo di quest’anno è più una presa di coscienza del lavoro che aspetta ai docenti per il futuro: ritrovare l’equilibrio perso durante questi mesi, recuperare la socialità e il rapporto con gli studenti e infine riportare la speranza attraverso una didattica in presenza sempre più inclusiva e coinvolgente. Un compito arduo che deve coinvolgere non solo il corpo docenti e gli studenti, ma anche i genitori e le forze politiche, per una collaborazione propositiva che ci porti verso una nuova era scolastica.