Gli alunni con cittadinanza non italiana: cosa dice il MIUR

16 marzo 2021 5 minuti
OCCHIO ALLE ISTITUZIONI

Gli studenti con cittadinanza non italiana sono in continua crescita nelle nostre scuole e tale fenomeno mette in luce numerose problematiche e spunti di studio per i docenti. La conseguenza più immediata di questa situazione è lo sforzo delle nuove generazioni e dei docenti a confrontarsi con culture molto diverse e a trovare strategie per un’integrazione sempre maggiore.

 

Secondo i dati elaborati dal Miur negli ultimi anni e pubblicati nel rapporto "Gli alunni con cittadinanza non italiana", gli studenti stranieri nelle scuole italiane sono aumentati in modo esponenziale negli ultimi venti anni, basti pensare che alla fine degli anni’80 rappresentavano lo 0,06% della popolazione scolastica raggiungendo 0,7 tra il 1996/97 e il 10% in quest’ultimo quinquennio, con un numero medio di 860 mila studenti in tutto il territorio nazionale.

 

Si tratta di un dato che non deve impressionare, dal momento che la crescita non è stata costante ma ha visto profonde oscillazioni, soprattutto nel primo decennio del nostro secolo, un rapporto che fa riflettere anche sulla presenza degli studenti italiani, che è in lenta ma progressiva diminuzione a causa del calo della natalità, vera spada di Damocle per la scuola. Questo significa, tra l’altro, che la percentuale degli alunni con cittadinanza non italiana cresce appunto perché diminuisce quella degli italiani in modo proporzionale.

 

Il secondo elemento dell’analisi effettuata dal Miur riguarda gli immigrati di seconda generazione e cioè il numero degli studenti stranieri nati in Italia che sono perfettamente integrati nelle nostre città sia per la lingua che per le abitudini sociali e culturali, salvo che per i documenti.

 

Questa parte di popolazione scolastica è aumentata del 23% negli ultimi 5 anni rappresentando la sola componente in crescita nella scuola italiana, dal momento che gli studenti italiani diminuiscono di circa 100 mila unità. Ovviamente, la nostra analisi varia anche in base ai criteri con i quali un soggetto viene considerato cittadino italiano. Se infatti la riforma sul diritto di cittadinanza fosse stata approvata con i principi dello ius soli temperato e dello ius culturae, l’incidenza degli studenti non italiani sarebbe inferiore a quella attuale di oltre il 10%.

 

La provenienza degli studenti stranieri e la diversa distribuzione sul territorio

 

Su tutto il territorio italiano sono presenti più di 200 diverse nazionalità: dalla Romania all’Albania fino al Marocco e all’Egitto passando per la Cina, l’India e le Filippine. Dallo studio emerge una percentuale più alta di rumeni e albanesi, con un numero nettamente inferiore di ucraini, anche se in questi ultimi due anni l’aumento più significativo all’interno delle scuole italiane è stato quello dei cinesi, che ha raggiunto +8%.

 

Proseguendo nello studio effettuato dal Miur, emerge che gli studenti stranieri si concentrano maggiormente nelle regioni del centro-nord perché sono considerate zone con maggiori possibilità di trovare lavoro. Tra quelle con più affluenza c’è l’Emilia Romagna a cui segue la Lombardia con il 15,1%, l’Umbria, il Veneto e infine il Piemonte, che insieme ospitano un quinto di tutti gli studenti stranieri. Il sud, invece, mantiene una percentuale molto più bassa che si assesta intorno al 2-5%.

 

Ottimizzando ancora la ricerca, emerge che la provincia di Milano è quella che accoglie il numero maggiore di alunni con cittadinanza non italiana, raggiungendo le 89 mila unità mentre Roma raggiunge i 62 mila seguita da Torino con quasi 40 mila studenti; città che hanno ottenuto il primato rispetto alle vicine Bergamo, Brescia, Firenze, Modena, Verona e Treviso.

 

Le scuole scelte dagli studenti stranieri in Italia

 

Come gli studenti italiani, anche quelli stranieri scelgono le scuole superiori in base all’andamento della scuola media. Quando, infatti, il percorso scolastico del triennio è stato oscillante e con difficoltà medio-alte, la scelta ricade su istituti professionali che offrono maggiori sbocchi lavorativi e una difficoltà di applicazione inferiore rispetto ad altri indirizzi. Nel caso in cui la licenza media sia stata conseguita con buoni risultati e gli alunni dimostrino attitudine allo studio, viene scelto il liceo e spesso anche l’università. Tutto dipende dal voto ottenuto alla scuola media, dunque, proprio come succede per gli alunni italiani, che si identificano in quel giudizio attribuito alla loro preparazione generale.

 

Un secondo elemento che influenza la decisione degli alunni stranieri sul percorso scolastico è quello del luogo in cui sono nati. Nel caso di alunni stranieri nati all’estero, la scelta è orientata più spesso agli istituti tecnici e a quelli professionali, pratici, meno impegnativi e con più possibilità di trovare un lavoro. Quando il luogo di nascita è l’Italia, invece, gli alunni tendono a scegliere maggiormente licei e istituti tecnici. Tale decisione viene influenzata anche dal genere dello studente, le donne infatti tendono a prediligere il liceo continuando anche l’università; i maschietti, invece, preferiscono gli istituti professionali per inserirsi nel settore dell’artigianato e dell’industria.

 

Entrambe le categorie, però, riscontrano le medesime difficoltà quando entrano nel circuito scolastico. La prima problematica è quella della lingua, che spesso rappresenta un enorme ostacolo all’integrazione e al raggiungimento di risultati scolastici ottimali. Se, dunque, il Governo intendesse elaborare strategie ad hoc per superare tali difficoltà, dovrebbe partire proprio dallo sviluppo di azioni didattiche volte ad ampliare la conoscenza della lingua italiana come corsi e laboratori.

 

Il superamento delle problematiche legate alla regolarità dei percorsi di studio

 

A fronte dell’aumento degli studenti stranieri nella scuola italiana, viviamo oggi una forte irregolarità nei percorsi scolastici. Questo significa che più del 40% degli stranieri quattordicenni presenta un ritardo scolastico, dovuto al fatto che vengono inseriti in classi inferiori rispetto alla loro età. A questo problema si aggiungono le non ammissioni e le bocciature, soprattutto tra gli studenti maschi, che rallentano eccessivamente il loro percorso.

 

L’anno più difficile da affrontare didatticamente è la prima media, per l’introduzione di molte nuove materie, mentre il più critico da un punto di vista comportamentale è il passaggio tra i 14-15 anni, periodo nel quale aumentano i ritardi nei passaggi agli anni successivi. Basti considerare che tra il 2017-2018 i ritardi scolastici negli studenti italiani sono stati quasi del 10% mentre negli alunni stranieri del 31% circa, con una lieve diminuzione negli anni successivi. Ovviamente ciò che allarma maggiormente il Miur è il rischio di abbandono della scuola, soprattutto per gli stranieri, che spesso non hanno alle spalle genitori che possono seguirli in modo costante. Si tratta di fasce a rischio, attenzionate anche dall’indicatore europeo che si occupa della valutazione del fenomeno, l’"Early Leaving from Education and Training", che mira al raggiungimento di percentuali più basse di abbandono scolastico.

 

Si tratta di un dato che allarma soprattutto per le conseguenze: i giovani che abbandonano la scuola trovano difficilmente un’occupazione nell’immediato e sono costretti a trovare impieghi di fortuna, che li danno in pasto alla criminalità locale. Spaccio, lavoro nei campi, prostituzione e dunque soprusi, violenza e delinquenza che alimenta una condizione di legalità del nostro Paese già molto precaria.

 

Se, infatti, l’immigrazione può essere considerata una vera e propria ricchezza per l’Italia, sono necessarie politiche di integrazione e accompagnamento più concrete per abbattere le differenze e offrire possibilità di crescita culturale e sociale a tutti.

 

Politiche di integrazione e accompagnamento sociale

 

Secondo i dati del Miur, un altro importante fattore di svantaggio degli studenti stranieri risiede nelle differenze culturali esistenti all’interno di tali gruppi etnici. Questo significa che la fascia di età tra i 3 e 5 anni vede una quantità maggiore di iscritti alla scuola dell’infanzia tra i maschietti rispetto alle femminucce, mettendo in luce motivazioni familiari e culturali che penalizzano un genere rispetto all’altro. Ed è proprio su questo piano che bisogna lavorare, attraverso politiche specifiche che mirino ad abbattere le differenze a favore di una visione più "occidentale" delle differenze di genere.

 

L’analisi del Miur fa emergere anche una differenza nella scelta degli indirizzi scelti in base alla nazionalità, questo significa, ad esempio, che gli alunni provenienti dall’Ucraina, dalle Filippine e dalla Polonia prediligono studi scientifici spingendosi fino all’Università. Gli studenti marocchini, invece, insieme a quelli rom e moldavi, preferiscono concludere la scuola media e trovare una prima occupazione. In questi casi le politiche nazionali dovrebbero essere proiettare al monitoraggio delle fasce scolastiche più svantaggiate da un punto di vista socio-familiare adottando iniziative per incentivare il proseguimento degli studi e la specializzazione in determinati settori. Solo in questo modo è possibile aprire vie legali ai giovani stranieri togliendoli dalla strada e allontanandoli dai principali fattori di rischio, rimpolpando al contempo la percentuale di studenti che riescono a conseguire una laurea.