Scuola in estate: opportunità e difficoltà

MONDO SCUOLA - 30 aprile 2021

Secondo una statistica condotta in Svizzera, Germania e Austria su un campione di circa 2.500 alunni tra i 10 e i 19 anni, le scuole hanno ridotto l’orario delle lezioni di circa 6-8 ore a settimana rispetto agli anni passati. Un calo che si riflette anche sul tempo dedicato allo studio, che si calcola inferiore alle 9 ore, come riporta il quotidiano svizzero Nzz am Sonntag, che in un reportage si chiede come recuperare la parte di programma che hanno perso a causa del Covid19.

 

Si tratta di una condizione comune in tutta Europa, che espone i ragazzi al rischio di accusare un deficit di apprendimento le cui conseguenze si riverseranno sull’andamento delle scuole superiori e sui risultati universitari. Per avere un’idea del fenomeno, possiamo paragonare questo periodo di pandemia alla pausa estiva che gli studenti vivono ogni anno dopo la chiusura delle scuole, da giugno a settembre: al ritorno in classe, è quasi sempre indispensabile un richiamo del programma precedente per affrontare i nuovi argomenti. Secondo uno studio americano, infatti, le vacanze estive costano agli studenti una perdita delle conoscenze pari alla metà del programma concluso, soprattutto per quanto riguarda la matematica.

 

Allo stesso modo viene ribadito che i corsi effettuati in estate dagli studenti rimandati o che necessitano di recupero hanno importanti risvolti sul loro metodo di apprendimento e sullo sprint con il quale cominciano l’anno successivo. Secondo un team di studiosi americani della Rand Corporation che si è occupato dell’analisi di questo fenomeno, un mese di corsi estivi garantisce un recupero di nozioni matematiche che si aggira intorno al 20% delle conoscenze acquisite in un intero anno. Un risultato davvero sorprendente che dovrebbe portare le istituzioni a riflettere sul destino degli studenti italiani.

 

La situazione in Italia, quanto la DAD ha inciso sugli studenti

Nel nostro Paese la situazione è aggravata da un altro fattore, che è quello delle differenze sociali delle possibilità di apprendimento. Da un lato gli studenti che hanno la possibilità di seguire in modo regolare la didattica a distanza perché sono in possesso di pc confortevoli, stampante, accesso a internet stabile e continuo, riescono a dare risultati migliori, per ovvie ragioni. Mentre gli alunni più svantaggiati accumulano maggiori carenze, che si traducono in lacune profonde, rallentamento ad acquisire nozioni e difficoltà a raggiungere gli obiettivi prefissati.

In questo contesto sembra necessario adottare politiche ad hoc per il recupero delle competenze e di quella parte del programma svolto ma non ben acquisito da tutta la platea. Se, infatti, i docenti hanno profuso il massimo impegno per completare l’intero programma e dare tutte le nozioni alla classe, è anche vero che non sono riusciti a stabilire chi e fino a dove tali conoscenze siano state acquisite. E ciò, sia chiaro, non per mancanza di impegno del corpo docenti ma per la stessa struttura creata dalla didattica a distanza. Per venire incontro a tale esigenza, vi sono state diverse proposte da parte di alcuni leader politici che hanno paventato la possibilità di prolungare la didattica in presenza di qualche mese

 

La proposta: prolungare la didattica in presenza fino al mese di luglio

La possibilità di prolungare le lezioni è oggi molto concreta e per essa verranno stanziati circa 150 milioni di euro. Lo scopo è recuperare il tempo perduto, le ore ridotte di studio e per potenziare l’offerta formativa extracurricolare. Ma non solo: il recupero estivo per tutti mira a recuperare quelle competenze di base che la DAD non è riuscita a realizzare in pieno a causa della riduzione dei compiti scritti e delle verifiche in classe: cambiamenti metodologici che non hanno consentito ai docenti di comprendere l’effettiva acquisizione delle conoscenze.

Nella pratica, i progetti delle scuole, definiti e deliberati dagli organi collegiali di indirizzo e gestione della scuola e coerenti con il piano dell’offerta formativa, dovranno essere presentati entro il 21 maggio 2021. L’attuazione della riforma comporta l’attivazione di servizi socio-educativi sul territorio, centri estivi diurni e centri con funzione ricreativa ed educativa per combattere la povertà culturale e la dispersione scolastica nel Meridione. In questa direzione, la scuola in estate diventa un ponte educativo tra l’anno trascorso a casa a causa del Covid19 e il nuovo anno. La novità risiede nel contenuto dei corsi, che non sarà solo educativo e didattico ma anche ricreativo, per riprendere quella socialità tanto vilipesa a causa della pandemia. Si tratta, dunque, di attività di laboratorio che si pongono a metà tra i corsi di recupero tradizionali e momenti di relazione dedicati alla condivisione e alla relazione.

 

Cosa ne pensa il corpo docente?

In generale il piano non entusiasma gli insegnanti. Il "ponte educativo estivo", a loro avviso, non tiene conto dello sforzo degli insegnanti che hanno portato avanti le classi con sacrificio e grande spirito di adattamento: un lavoro di adeguamento a un sistema didattico completamente estraneo al loro modo di lavorare e che verrebbe mortificato da un altro mese di lezioni. Una difficoltà che si aggiunge alla stanchezza degli alunni, alla voglia di libertà che si avverte già oggi nelle classi e alle strutture poco adatte ad affrontare ore di lezioni con temperature molto alte, soprattutto nelle regioni del sud.

Per trovare un accordo alle contrapposte esigenze, la proposta di alcuni docenti è quella di partecipare su base volontaria, affidando le classi, in caso di mancanza di docenti, alle associazioni di volontariato, una possibilità che si è già verificata in alcune città nelle quali esiste il patto di comunità e che ha dato buoni risultati. In questo modo il corpo dei docenti ha possibilità di scegliere il proprio modus operandi senza alcuna conseguenza sul proprio percorso, un’eventualità che è al vaglio della politica, insieme alla valutazione dei costi da sostenere.

Nonostante la difficoltà di attuazione della proposta e i pareri contrari dei docenti, i genitori italiani sono favorevoli alla scuola d’estate. Secondo l’indagine conclusa da Demopolis, il 70% degli italiani condivide la proposta, con una percentuale del 75% per i genitori del nord e del 61% per quelli del sud. Durante le interviste alle famiglie, è emerso il bisogno di trovare soluzioni idonee anche per l’accesso dei minori alle attività sportive, ai corsi di lingua straniera e alle attività di riscoperta della natura e delle città: attività negate durante la pandemia e che hanno causato un gap culturale, soprattutto tra gli adolescenti.