BES (Bisogni educativi speciali): chi sono e quali sono i migliori metodi di insegnamento

DIDATTICA INNOVATIVA - 08 febbraio 2023

I BES sono Bisogni Educativi Speciali riconosciuti formalmente dal Ministero della Pubblica istruzione nel 2012, grazie alla direttiva conosciuta come Strumenti di Intervento per gli Alunni con Bisogni Educativi Speciali e per l’Organizzazione Territoriale per l’Inclusione Scolastica, che ha dato un'importante eco a un problema sempre più diffuso nella scuola. Con il termine BES si fa riferimento agli studenti che hanno necessità di ricevere una speciale attenzione nel loro percorso a scuola, per le più disparate ragioni fisiche, psicologiche, sociali e linguistiche. I BES possono essere formalizzati da diagnosi medicheche prevedono problemi temporanei o permanenti, ma anche disagi psicologici che derivano da situazioni familiari difficili. Questo significa che non è possibile fare riferimento a un elenco dettagliato ma piuttosto a tre macro-aree nelle quali vengono ricomprese le principali tipologie di bisogni educativi speciali.

 

1. Disturbi evolutivi: rientrano in questa categoria i DSA come la disgrafia, la dislessia, la discalculia e la disortografia, l’ADHD e i vari deficit di attenzione o di iperattività idoneamente certificati da specialisti privati o da medici del Servizio Sanitario Nazionale. Dopo che la famiglia riceve la diagnosi, la rende nota alla scuola che si attiva alla formulazione di un PDP, meglio conosciuto come Piano Didattico Personalizzato, che, ricordiamo, non prevede un’insegnante di sostegno.

 

2. Disabilità cognitive e disabilità motorie: quando tali disabilità vengono certificate dal Servizio Sanitario Nazionale con la richiesta di un insegnante di sostegno, il certificato con la diagnosi viene inviato alla scuola che elabora un PEI – Piano Educativo Individualizzato che prevede la nomina di un insegnante di sostegno.

 

3. Disturbi connessi a fattori economici, sociali, culturali e linguistici: rientrano in tale categoria tutte quelle problematiche causate dall’appartenenza a famiglie disagiate, con problemi economici gravi, giovani immigrati che non conoscono ancora bene la lingua o che non riescono a integrarsi. Possono essere anche alunni con difficoltà relazionali o comportamentali che richiedono maggiore attenzione da parte dei docenti. In questi casi non viene assegnato l’insegnante di sostegno ma la scuola deve comunque fornire un Piano Didattico Personalizzato.
 

Sebbene non rientri in nessuna di tali macro-aree, è possibile trovarsi di fronte ad alunni che soffrono di disturbi aspecifici dell’apprendimento. Si tratta di disturbi connessi a diverse cause come nelle ipotesi di autismo, di sindromi sensoriali, neurologiche e organiche come, ad esempio, la Sindrome di Down, la Sindrome X-Fragile o la Sindrome di Williams, spesso combinate all’ipovisione e alla sordità.

Ma nei DDA possono rientrare anche disturbi psicologici secondari che non sono ben definiti, ma riducono comunque le capacità cognitive dell’alunno. Per la difficoltà di catalogare ogni singolo disturbo, il Ministero dell’Istruzione ha inteso raggruppare tali patologie in base alla gravità e all’esigenza di affiancare allo studente un insegnante di sostegno che lo aiuti a far emergere le diverse abilità di cui è dotato e che devono compensare quelle che invece sono carenti. La domanda che deve porsi un docente è proprio questa: cosa posso fare concretamente per aiutare un alunno con tali difficoltà? Come posso interagire con l’insegnante di sostegno, se prevista, e quali sono i migliori metodi di insegnamento che è possibile utilizzare?

 

Supportare l’apprendimento con la tecnologia

In qualità di docenti, avete sentito parlare spesso di didattica inclusiva, di lezioni partecipative e di programmi specifici per ogni studente. Tali tematiche vengono spesso associate a metodi di insegnamento individuali. Tali strategie prevedono l’utilizzo di software che aiutano l’alunno a studiare anche a casa, partecipando al programma seguito in classe per essere e sentirsi pienamente incluso nelle diverse attività didattiche. Ovviamente, tali supporti si rivelerebbero molto più utili se fossero utilizzati anche dal resto della classe come le mappe concettuali, le LIM e altre strategie didattiche inclusive che ora elenchiamo.

 

Il Cooperative Learning

L’apprendimento cooperativo è una strategia didattica inclusiva più semplice da attuare. Essa, infatti, consente all’insegnante di organizzare piccoli gruppi di studio per favorire l’interdipendenza positiva, la responsabilità e le abilità sociali. Richiede la collaborazione dell’intera classe e ha risultati positivi su diverse problematiche psicologiche e fisiche.

 

Il tutoraggio

Un metodo molto apprezzato negli Stati Uniti d’America è il tutoring, una strategia mirata che prevede il sostegno di alcuni membri della classe che diventano tutor degli alunni BES. In questo modo si favoriscono i contatti sociali, la relazione e l’apprendimento interattivo, vengono memorizzati i diversi concetti con più semplicità e il giovane con difficoltà si sente accolto e accettato. Non solo, il tutoraggio è utilissimo anche per chi "sostiene", perché sviluppa sia il senso di responsabilità che di protezione verso i soggetti più deboli.

 

La Flipped Classroom

Con questa tecnica l’insegnante sceglie un tema da studiare a casa fornendo materiali multimediali per consentire agli alunni di trattare quell’argomento nei giorni successivi. In questo modo gli studenti hanno già conoscenza dell’argomento e non si trovano in difficoltà se durante la spiegazione in classe non riescono a cogliere ogni punto. Può essere la soluzione ideale per coloro che non conoscono bene la lingua italiana e hanno problemi a comprendere le spiegazioni in classe o per altri piccoli disturbi cognitivi che richiedono maggiore tempo per assimilare nuovi temi. Spesso, infatti, il problema degli studenti BES è proprio quello di non essere in grado di affrontare le situazioni all’impronta, perché hanno bisogno di maggior tempo per interiorizzare e capire.

 

L’utilizzo del Dibattito

Sulla stessa scia della Flipped Classtroom, anche il Dibattito è estremamente utile per implementare le competenze logiche, linguistiche e comportamentali che rendono il bambino un giovane cittadino attivo e consapevole; attraverso il dialogo e il confronto tra compagni di classe gli alunni con problematiche specifiche vengono stimolati alla partecipazione, all’ascolto e all’acquisizione di punti di vista che sapranno portare avanti all’esterno.

 

Il Role Playing e i Compiti di Realtà

Il role playing permette agli alunni di recitare un ruolo in presenza di un gruppo di spettatori per aiutarli a capire i punti di vista degli altri e le dinamiche sociali da una prospettiva diversa. I compiti di realtà, invece, sono una metodologia didattica in cui si chiede all’alunno di risolvere un problema simile a quello che potrebbe verificarsi nella realtà. In questo modo il giovane si confronta con specifiche criticità, le guarda dalla sua prospettiva, scegliendo la migliore strategia per affrontarle e superarle. In altre parole, i compiti di realtà esercitano i ragazzi ad affrontare le sfide che concretamente dovranno superare, ma in un ambiente protetto: una sorta di esercitazione al problem solving che consente loro di conoscersi meglio, superando i propri limiti.

La Didattica Laboratoriale

I laboratori didattici sono una delle strategie migliori da utilizzare con i ragazzi BES perché consente loro di riprodurre in modo pratico un concetto di natura teorica che hanno appreso precedentemente. In questo modo l’alunno può produrre un elaborato con strategie apprese in un momento precedente. È per questa ragione che sempre più scuole stanno organizzando scuole più vivibili anche dal punto di vista strutturale, con laboratori di vario tipo, orti, giardini e aree all’aperto dove la classe può sperimentare il mondo esterno in un ambiente più protetto e sotto la guida del docente, che spiega, chiarisce e accompagna ogni giovane verso l’adultità.

Conclusioni

Si comprende bene che il miglior metodo per insegnare agli alunni BES deve essere progettato con attenzione dagli insegnanti, che possono elaborarlo solo dopo aver osservato il giovane e aver compreso quali sono le sue caratteristiche. L’obiettivo principale, infatti, non è quello di portarlo allo stesso livello della classe ma di valorizzare al massimo le sue capacità, aiutarlo a credere in se stesso evidenziando abilità e potenzialità. In questo il corpo docente ha una grande responsabilità e non può essere lasciato solo dalle istituzioni, ha bisogno di formazione continua, appoggio, studio e tempo per individuare la migliore strategia cucita su misura del giovane.